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Facebook e quelli alla ricerca di una nuova professione

Carlo Mazzucchelli

Questa riflessione è rivolta a tutti coloro che, operando in ambito marketing, comunicazione, internet e consulenza manageriale, si stanno interrogando sulle potenzialità dei nuovi media sociali e su un loro utilizzo personale per introdurre nuove idee, servizi e proposte nel loro portafoglio d’offerta. Operazione non facile in un periodo di crisi profonda che vede nuovi liberi professionisti e consulenti, alla ricerca di una nuova collocazione o missione professionale, spuntare come funghi dappertutto e soprattutto nei molti luoghi sociali della rete come Facebook. Teoricamente in questa operazione di riposizionamento della propria offerta e del proprio profilo professionale dovrebbero essere avvantaggiati quei professionisti che da anni hanno costruito esperienze consistenti nella realizzazione e gestione di comunità online e di progetti che hanno utilizzato Internet come media tecnologico per soluzioni di e-commerce, knowledge management, ecc. Eppure non sembra essere così perché troppo elevato è il numero di coloro che vantano esperienze consolidate e ora operano come liberi professionisti sul mercato ma numerosi sono anche coloro che, pur non essendolo, si spacciano per esperti di media sociali, contribuendo così alla connotazione negativa che al termine di 'social media consultant’ viene ormai assegnata.

Bisognerebbe partire forse da una qualche forma di qualificazione delle molte competenze disponibili per riuscire a separare coloro che, nel campo dei media sociali e tecnologie assimilabili, hanno già fatto qualcosa da tutti coloro che dicono di poterlo fare. Giocare con Facebook a livello personale non può essere sufficiente a qualificare un profilo professionale come interessante per un’azienda anche se molti probabilmente non vedono grandi differenze tra l’utilizzo di strumenti di social networking a livello personale rispetto ad un loro utilizzo professionale e aziendale. Disporre di centinaia di contatti nel proprio profilo personale non può certo aiutare l’azienda per cui si lavora, a meno che questi contatti siano anche interlocutori o clienti dell’azienda stessa. Scrivere un blog personale è diverso dallo scrivere un blog aziendale, il gioco è un po’ più complicato e richiede maggiore attenzione, rapidità nel fornire un feedback, e rispetto di metriche per un monitoraggio costante.

Per quale motivo un’azienda dovrebbe essere interessata a esperti di media sociali la cui esperienza è nata prevalentemenete all’interno di ambienti pubblici quali Facebook?
Perché non dovrebbe essere discriminante nella scelta di un profilo una esperienza reale di corporate blogging piuttosto che di comunità online aziendali?

La stessa azienda dovrebbe anzi fare molta attenzione a profili che vantano un’esperienza puramente personale e non fanno riferimenti concreti a ruoli o responsabilità aziendali collegati all’uso delle nuove tecnologie e media. Chi sta cercando di utilizzare una sua esperienza personale con i media sociali per costruirsi nuove opportunità professionali dovrebbe a sua volta guardarsi bene dal vantarsi di averne una solo perché ha compreso tutti i meccanismi di FB o Myspace o Twitter.

Voi cosa ne pensate?



Le domande potrebbero essere molte ma preferisco lasciare ai lettori interessati di questa nota la possibilità di aggiungerne altre. Forse interessante potrebbe anche essere uno scambio onesto su quante opportunità i media sociali abbiano generato nella esperienza professionale di ognuno di noi.

Eviterei il lamento sull’arretratezza italiana e punterei invece ad una condivisione di casi di successo o di euristiche che possano portare un briciolo di sereno e bel tempo su un mondo nel quale le chiacchiere (conversazioni) sono sicuramente molte ma le realizzazioni non lo sono altrettanto (una percezione espressa per essere smentita).


Valigie di cartone in una esibizioni di strada

by cmazzuc last modified 06-10-2009 21:25
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